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Dipendenza e ossessione

#dallanostraposta

Ciao bugieuomini, vi scrivo perché leggendo le storie che pubblicate mi capita sempre più spesso di riconoscere nei protagonisti i segnali di quella che in inglese si chiama limerence, e che in italiano potremmo tradurre con “limerenza” (sì, suona male, lo so).

Con questo termine si indica un tipo di innamoramento ossessivo, con pensieri intrusivi, idealizzazione dell’altra persona, quindi una tendenza a non vederne i difetti, e una dinamica che somiglia molto a una dipendenza. La razionalità va in vacanza: la persona limerente ha un solo obiettivo, ottenere reciprocità dal proprio oggetto del desiderio. È euforica quando riceve attenzioni e va in forte ansia o forte sofferenza quando queste mancano.

All’inizio è indistinguibile da un normale innamoramento, la fase delle farfalle, per intenderci, ma poi qualcosa si blocca. Può durare anche molti anni, soprattutto in caso di incertezza: quando ci sono ostacoli alla relazione, leggi lui o lei sposato o sposata, o quando l’altra persona manda segnali altalenanti, di proposito o meno, leggi lui o lei avoidant o narcisista. È lo stesso meccanismo del rinforzo intermittente, quello che sta alla base del gioco d’azzardo: ogni tanto vinci, non sempre, e proprio per questo non riesci a smettere.

Il risultato è che chi vive questa dinamica finisce per comportarsi in modo irrazionale e ripetitivo: fa cose che non farebbe mai, perde lucidità, si infila in una spirale sempre più negativa.

A un certo punto non si prova nemmeno più vera euforia: la presenza dell’altra persona serve solo a calmare l’ansia. Quando manca, arrivano reazioni molto intense, anche sul piano fisico. E tutta questa intensità emotiva viene scambiata per amore ma non lo è, è una pura illusione.

L’unica vera via d’uscita è il no contact totale e ci vuole tempo: serve tempo per ritrovare equilibrio e lucidità, perché nel momento in cui si è limerenti tutto questo salta completamente.

“La limerence non è una patologia ma un pattern disfunzionale, una dinamica psicologica che può diventare estremamente pervasiva e invalidante, e che spesso si intreccia con altre vulnerabilità, attaccamento ansioso, bassa autostima, traumi relazionali, ecc.”

Vorrei quindi dire a chi si riconosce in questi sintomi di fermarsi un attimo e informarsi, prima di tutto. Dare un nome a quello che si sta vivendo è già metà del lavoro. Poi, se possibile, cercare l’aiuto di uno psicologo preparato, qualcuno che conosca queste dinamiche e non le riduca al solito “devi solo dimenticarlo”. E sì, per quanto sia la parte più difficile, interrompere i contatti con chi alimenta questo meccanismo, perché finché il circuito resta attivo, non si esce in nessun modo, purtroppo.

A chi invece legge queste storie con il dito già puntato, verrebbe da dire: piano. Perché da fuori è facile parlare di scelte sbagliate, di mancanza di amor proprio, di “basterebbe volerlo”. Ma la verità è che, in questi casi, la libertà di scelta è molto più limitata di quanto sembri. Non si tratta solo di volontà: c’è una componente psicologica molto forte che altera la percezione.

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